Quale Iraq e quante migliaia di vittime dieci anni dopo Saddam?



Il mese di ottobre si è chiuso e con esso se ne vanno oltre 1000 persone (1095), vittime di attentati, esplosioni, sparatorie e mentre a novembre il macabro conteggio è già di 89 civili uccisi, nella sola giornata del 5 ottobre, secondo l'organizzazione Iraq Body Count (IBC), si sono registrati 100 morti, di cui 55 a Baghdad. Il 23 e 27 ottobre le vittime sono state 74 per ciascun giorno.

Se IBC quantifica in 122.438 morti civili documentati dal 2003 ad oggi, (dei quali solo 8.647 è stato possibile identificare) la rivista scientifica PLOS (Public Library of Science) ha pubblicato nel numero di ottobre una ricerca effettuata da un gruppo di sette ricercatori statunitensi, canadesi e iracheni. Oggetto dello studio: stabilire il numero di civili che hanno perso la vita in Iraq, anche indirettamente, per cause legate alla guerra dal 19 marzo 2003.

Lo studio è stato condotto su 2000 nuclei familiari selezionati casualmente in tutto l’Iraq, badando comunque ad assicurare una rappresentanza eterogenea. Secondo la stima che raccoglie il consenso maggiore, i bombardamenti della guerra del 2003 rappresentano una causa di morte di poco più del 10%, mentre il 63% dei decessi è causato da scontri a fuoco e l'11% dalla criminalità. Si tratta di “morti in eccesso”, cioè in più rispetto a cause esistenti sotto Saddam Hussein.

Un dato interessante di tali morti in eccesso è quello secondo cui il 40% è legato al crollo delle infrastrutture, intendendo con ciò essenzialmente il collasso del sistema sanitario, delle comunicazioni e dei trasporti. L’impossibilità di trasportare malati e feriti in ospedale, il danneggiamento delle strutture ospedaliere stesse e le difficoltà nel contattare o reperire un medico sono infatti fattori chiave e comuni in uno scenario di guerra. Gli autori concludono che approssimativamente 461.000 Iracheni hanno perso la vita per cause attribuibili alla guerra e aggiungono che potrebbero esser molti di più perché ad oggi non si sa quante persone vivano, o abbiano vissuto, in Iraq negli ultimi 15 anni.

Secondo il progetto Doing Business, l’Iraq di oggi (32 milioni di abitanti circa) si colloca al 169° posto in una classifica di 189 paesi inseriti secondo la facilità di investire e avviare un'impresa. La Siria, con 23 milioni di abitanti e due anni di guerra civile, è al 135°. Sul sito della BBC è presente una cronologia dei principali eventi che hanno interessato il martoriato Paese del Golfo a partire dal 1534, quando quel territorio era parte dell'Impero Ottomano. La guerra del 2003 è così riportata: “l'invasione di una coalizione guidata dagli Stati Uniti segna l'inizio di anni di guerriglia e instabilità”.

Cosa dice Tony Blair di tutto ciò? A febbraio aveva dichiarato alla trasmissione di approfondimento, Newsnight, che in Iraq “ci sono stati miglioramenti significativi, ma non è lontanamente il Paese che dovrebbe essere”, mentre il 7 ottobre scorso in un’intervista al Times of India ha detto che “la dottrina gandhiana della nonviolenza è superata e non è applicabile in ogni contesto.” 


Matteo Angioli
Marco Perduca



 

L'angolo dei bugiardi