Londra 2013: "Lei ama il suo Paese?"

Il 3 dicembre la Commissione per gli Affari Interni della Camera dei Comuni, a Londra, ha audito Alan Rusbridger, direttore del quotidiano britannico The Guardian. Il tema dell’audizione era “Il contrasto al terrorismo” ed ha esaminato il coinvolgimento del quotidiano di Rusbridger con la fuga di informazioni che ha colpito l’NSA (National Security Agency) e il GCHQ (Government Communications Headquarters). Un'audizione di poco più di un’ora piuttosto intensa dove non sono mancati alcuni momenti di tensione.

Rusbridger ha confermato di possedere 58.000 documenti. Di questo materiale, soltanto l’1% è stato pubblicato, e un file è custodito congiuntamente con il New York Times, a New York. L’aspetto che desta maggior preoccupazione però è che sono ben 850.000 le persone ad aver accesso ai dati e alle informazioni “custodite”dall’NSA, tra le quali il 29 Edward Snowden, che non era nemmeno impiegato dal Governo statunitense. “Nel corso degli ultimi due o tre anni, questi giganti database creati dopo l’11 settembre si sono dimostrati piuttosto porosi. Molte informazioni segrete sono filtrate perché sono tantissime le persone ad aver accesso ad esse”, ha detto Rusbridger.

Il presidente della commissione, il laburista Keith Vaz, ha chiesto allora se si rendesse conto del danno subito dal Regno Unito, in termini di sicurezza nazionale, a causa delle rivelazioni diffuse dal Guardian: “Si rende conto di ciò che ha fatto? Concorda che il Paese è stato danneggiato? E’ una critica grave e senza precedenti quella mossa dal capo dei nostri servizi di intelligence [Andrew Parker, direttore dell’MI5]”

Rusbridger: “Credo sia importante ricordare che i direttori dei principali quotidiani al mondo, a cominciare dall’America con il New York Times e il Washington Post, hanno agito in maniera praticamente identica alla nostra. Stiamo parlando di quotidiani seri, con una lunga esperienza nel campo della sicurezza internazionale. Il problema di queste accuse è che tendono ad essere piuttosto vaghe. Non hanno una storia specifica dietro. Non abbiamo pubblicato nessun nome e non abbiamo perso controllo di nessun nome.”

Vaz: “Qualcuno vi ha mai chiesto di distruggere o consegnare queste informazioni [di cui siete entrati in possesso, ndr]?”

Rusbridger: “E’ risaputo che il Segretario del Consiglio dei Ministri è venuto ad incontrarmi per chiedere che distruggessi ogni documento. Quindi sì.”

Vaz: “Ma lei non lo ha fatto, giusto.”

Rusbridger: “No, e anche questo è di pubblico dominio.”

Vaz: “Io amo questo Paese. Lei ama questo Paese?”

Rusbridger, dopo un attimo di silenzio, seguito da un sorriso di amara sorpresa: Viviamo in una democrazia. La maggior parte delle persone che lavorano a questa vicenda sono Britannici che hanno una famiglia che abita in questo Paese e che amano questo Paese. La sua domanda mi sorprende un po’, ma sì. Siamo patritoti e una delle ragioni per le quali lo siamo è la natura della democrazia e della libertà di stampa e perché in questo Paese è possibile documentare e parlare di questo genere di cose.”

Poco dopo ha aggiunto: “Non credo esista al mondo un direttore di giornale che avrebbe restituito il materiale senza averlo prima visionato. Ci siamo confrontati con 30 direttori influenti in tutto il mondo per capire come tavrebbero trattato loro questo genere di materiale sensibile e tutti hanno detto che avrebbero fatto esattamente quello che ha fatto il Guardian.”

Carl Bernstein, uno dei giornalisti del Washington Post all’origine della denuncia del caso Watergate, ha inviato una lettera aperta al Guardian rivolta al direttore. In essa scrive tra l’altro: “La tua audizione in Commissione Affari interni mi colpisce come qualcosa di molto nuovo e pericolosamente pernicioso: un tentativo da parte delle più alte autorità del Regno Unito di spostare l’attenzione dalle politiche e dall’eccessiva segretezza dei governi statunitense e britannico al comportamento della stampa – che è stata invece ammirevole e responsabile, come nel caso del Guardian, visto il modo in cui sono state trattate le informazioni fornite inizialmente da Snowden.”

L’analisi di Bernstein sembra essere sostanzialmente in sintonia con un rapporto curato da James De Waal per Chatham House, uscito a novembre 2013, sulle relazioni politico-militari nel Regno Unito. L’autore, riferendosi in particolare alla decisione britannica di attaccare l’Iraq, identifica infatti “un collasso generale a livello del governo, con il coinvolgimento di politici, ufficiali dell’esercito e funzionari.

Matteo Angioli


 

L'angolo dei bugiardi