L'Economist: Esilio per gli autocrati

 

Possono scappare. Possono anche nascondersi?

I tiranni in fuga trovano pochi rifugi. Un peccato?

 

19 maggio 2011

 

“Abbiamo un debole per chi è in cerca di asilo,” dice un portavoce del Presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni. Se il Colonnello Gheddafi decidesse di trasferirsi in un posto più tranquillo, noi potremmo ospitarlo. I suoi nemici occidentali ne sarebbero felici. Ansiosi come sono di arrivare ad una rapida conclusione della guerra in Libia, stanno visibilmente cercando un rifugio straniero che possa accogliere il colonnello.

 

Come il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, e quello siriano, Bashar Assad, Gheddafi fa parte di un gruppo di governanti che molti vorrebbero vedere in esilio. Negli ultimi anni però, la lista di comodi rifugi per dittatori destituti si è accorciata.

 

Waterloo (in Belgio) era popolare tra gli ex despoti e molti altri amavano girovagare per la Riviera francese. Ma oggi una serie di leggi e trattati internazionali, nonché la crezione della Corte Penale Internazionale (CPI), hanno provocato una diminuzione di mete tranquille.

 

Nel passato, secondo paesi come la Francia e il Belgio l’esilio ai tiranni era un modo per evitare bagni di sangue e facilitare transizioni interne. Oggi, la maggior parte dei paesi in cui ex dittatori potrebbero riparare sono vincolati da trattati di estradizione e convenzioni sui diritti umani che inducono il cattivo di turno a starsene a casa o a fargli rischiare il processo all’Aja.

 

Ma anche rimanere a casa non offre molte garanzie in più. Hosni Mubarak, che si è rifugiato a Sharm el-Sheikh dopo esser stato costretto alla fuga, è finito sotto la custodia della polizia, mentre è ancora ricoverato in ospedale, e probabilmente dovrà rispondere a diversi capi d’accusa.

 

Il dittatore libico comunque ha altre opzioni. Idi Amin, l’odioso tiranno ugandese e l’amico tunisino del colonnello, Zine el-Abidine Ben Ali, sono fuggiti in Arabia Saudita. Il regno saudita da tempo ha un cordone religioso che fornisce protezione ai vari governanti musulmani in difficoltà, indipendente dai crimini commessi da questi ultimi. Ad Amin non è stato concesso l’esilio ufficialmente, ma gli è stato permesso di entrare nel paese per un pellegrinaggio prolungato che dura ormai da 23 anni, e che spende tra gli hotel e le ville di Jeddah.

 

Ma il presunto tentativo di Gheddafi di voler assassinare il principe saudita di allora, oggi Re Abdullah, gli costerà il rifiuto di aiuto dalla casa saudita. 

 

Influenti nemici dell’Occidente, tipo Hugo Chávez e Daniel Ortega, hanno espresso sostegno al colonnello. Ma la solidarietà anti-imperialista ha le gambe corte: la rabbia interna ha impedito a entrambi di formulare un invito ufficiale.

 

Mengistu Haile Mariam, il responsabile del Terrore Rosso che investì l’Etiopia nel 1977-78, è ospite dello Zimbabwe di Robert Mugabe dal 1991; un tribunale etiope lo ha condannato per genocidio nel 2006. Si sospetta che nel febbraio scorso la Belarussia abbia fornito armi alla Libia; potrebbe offrire anche asilo al colonnello. (Date le credenziali dittatoriali, il leader bielorusso Alyaksandr Lukashenka potrebbere a sua volta aver bisogno di favori simili in futuro.)

 

Il costo politico di accogliere i dittatori in rovina potrebbe essere compensato dai patrimoni che costoro hanno acculmulato. Sembra che durante la fuga dalla Tunisia, la moglie di Ben Ali abbia portato via circa una tonnellata e mezzo di lingotti d’oro (per un valore di circa 71 milioni di dollari). Invece, quasi tutti i beni del colonnello sono congelati e di conseguenza la loro attrattività.

 

Secondo alcuni osservatori i paesi che offrono asilo ad ex dittatori offrono un servizio pubblico. Per Bruce Bueno de Mesquita, professore di scienze politiche alla New York University, organi come la CPI e la Corte Europea per i Diritti Umani, assieme ai governi che li sostengono, dovrebbero rivedere le loro posizioni.

 

Nel suo libro “Il manuale del dittatore” che uscirà a settembre, Bueno de Mesquita lancia un’idea: di fronte ad una rivolta, se i dittatori rinunciano alla repressione violenta, il diritto internazionale potrebbe prevedere un meccasnismo per fornire loro una via d’uscita. Un approccio di questo tipo, secondo l’autore, avrebbe tentato Saddam Hussein inducendolo a lasciare l’Iraq. Vi sarebbero più probabilità di successo con Assad stesso, se dovesse trovarsi di fronte ad un’opzione più appetibile del tribunale dell’Aja.

 

Se Assad e Saleh vogliono iniziare a considerare le loro opzioni, Riccardo Orizio, che ha intervistato diversi dittatori finiti in esilio, suggerisce di considerare quegli staterelli in cerca di autonomia che nessuno stato o quasi riconosce, come l’autoproclamata repubblica della Transnistria (nominalmente parte della Moldova). Posti così hanno quasi tutti i comfort, annessi e connessi di uno stato tradizionale, ma pochi di quei fastidiosi obblighi internazionali.

 

http://www.economist.com/node/18709561?story_id=18709561

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