La Camera dei Comuni contro Blair e con Cook

Il 29 agosto 2013 il Parlamento britannico ha votato contro l'intervento militare in Siria e, come scrive Le Monde nell'editoriale del 30 agosto scorso, contro... Tony BlairL'esito del voto, dovuto principalmente al Partito laburista, ha posizionato Blair in aperto disaccordo con l'attuale leader dell'Opposizione, Ed Miliband e con un parlamento che, memore di inganni ed errori passati, ha deciso di non impegnare l'esercito britannico in un'operazione di cui non sono chiari né i contorni né la pianificazione per il periodo dopo l'intervento.


Dunque, benché la pubblicazione del rapporto finale dell'Inchiesta presieduta da Sir John Chilcot, il cui scopo è quello di “identificare quali lezioni trarre dal conflitto in Iraq”, sia stata rimandata per l'ennesima volta, (ora ad inizio 2014), il Regno Unito sembra aver fatto tesoro non solo dell'esperienza irachena, ma anche dell’eredità lasciata dall’ex Ministro degli Esteri, Robin Cook, scomparso improvvisamente nel 2005. Cook è stato infatti il principale promotore dell’approvazione tramite voto parlamentare per ogni intervento militare che coinvolga le truppe di Sua Maestà. A due giorni dalla guerra in Iraq (17 marzo 2003), si dimise dal governo Blair ribadendo una linea ben diversa e non meno risoluta di quella del leader del "New Labour". In quell'occasione, oltre a reiterare la speranza che Saddam lasciasse il potere, Cook disse in aula:


"La realtà è che è stato chiesto al Regno Unito di entrare in una guerra per la quale manca il consenso degli organi internazionali di cui siamo uno dei principali partner: NATO, Unione Europa e Consiglio di Sicurezza. Sono perdite molto pesanti per una guerra dove non è ancora stato sparato un colpo. Ho sentito paragoni con l’intervento militare in Kosovo. Il sostegno multilaterale allora era indubbio […] erano favorevoli la NATO, l’UE e i sette Paesi vicini nella regione. Francia e Germania erano nostri attivi alleati. E’ esattamente l’assenza di questo supporto a rendere ancor più necessario un accordo in seno al Consiglio di Sicurezza come ultima occasione per trovare il consenso internazionale".

Alla BBC Blair ha detto invece che la mancata risposta militare in Siria rischierebbe di "inviare un segnale per cui è possibile usare armi chimiche senza dover temere di una risposta decisa" e di trasformare il Paese in "terreno fertile per un estremismo molto peggiore e molto più potente di quello afgano". Come nel 2003, non una parola sulla fase successiva all'intervento armato.

Potrà tuttavia consolarsi continuando a siglare contratti di consulenza con governi in varie parti del mondo in cerca di scorciatoie verso una qualche forma di prestigio. Dopo aver firmato un accordo con il governo albanese di Edi Rama, con la Mongolia e il Perù, in questi giorni Blair è impegnato in una trattativa con il Primo Ministro vietnamita Nguyen Tan Dung. Il Telegraph ha riportato alcune importanti parole di Vo Van Ai, fondatore e presidente della Vietnam Committee on Human Rights (VCHR) e membro del Consiglio generale del Partito Radicale, che ha accusato l'ex Primo ministro di farsi “usare come strumento di propaganda per promuovere il regime comunista corrotto di Hanoi”.

PS. Ieri, in diverse città irachene, altre 54 vittime di morte violenta. I civili uccisi finora nel mese di settembre sono 507.


Matteo Angioli

 

L'angolo dei bugiardi