Introduzione

           Il sabotaggio dell’iniziativa

Iraq Libero, unica alternativa alla guerra

 

Quando nel silenzio dei media e contro la maggioranza del Parlamento italiano, il Governo impedì l’affermazione del progetto radicale per l’esilio di Saddam Hussein.

 

Nel gennaio 2003 il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito tentò di convincere l’opinione pubblica italiana, europea e mondiale che in Iraq e per l’Iraq, cosi come per l’insieme del Medio Oriente ed del mondo intero, la vera e duratura alternativa, non fosse “la guerra o la pace”, ma “la guerra o la libertà, il diritto, la democrazia e la pace”. Si rivolse quindi alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite, al Parlamento italiano in primo luogo, perché facessero proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein avrebbe cancellato, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena. Altro obiettivo del progetto radicale consisteva nel far succedere ai decenni del regime un’Amministrazione fiduciaria internazionale (un governo democratico), affidando ad un uomo di stato di altissimo livello il compito di predisporre, entro un termine di due anni, le condizioni per un pieno esercizio dei diritti e delle libertà per l’insieme degli iracheni, donne ed uomini, come sancito dalla Carta dei Diritti fondamentali delle Nazioni Unite.

In un mese l’appello fu sottoscritto da 26.506 cittadini di 171 nazioni, da 46 membri del Parlamento Europeo e in Italia da 501 parlamentari corrispondenti al 53,5% delle Camere[1].

 

L’8 febbraio 2003 il Presidente del Consiglio italiano Berlusconi invia un importante, lungo e complesso memorandum a Gheddafi, nel quale si configurano i possibili scenari di intesa con Saddam volti ed atti a realizzare l’abbandono del potere e il trasferimento in esilio con il massimo possibile di sicurezza e di garanzia non solo per il dittatore ma anche per il suo possibile seguito, in misure da definirsi[2]. Dopo pochi giorni Berlusconi può informare Bush che la risposta di Gheddafi è positiva.

 

Il 19 febbraio 2003 il Parlamento italiano con l’adesione del Governo vota la proposta Radicale (345 sì, 38 no, 52 astenuti) che impegna il Governo Berlusconi “a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla base dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni[3]”. Nel dibattito, il Presidente Berlusconi afferma che il Governo italiano lo sta “facendo in un ambito di riservatezza - che è d’obbligo - non soltanto con un paese arabo, che si è offerto per la mediazione, ma con diversi paesi, tenendo costantemente informati al riguardo l’Amministrazione americana ed il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea Kostas Simitis[4]”. D’intesa con Bush, Berlusconi nello spazio di pochi giorni ottiene da Gheddafi l’informazione che Saddam è ormai deciso a passare alla fase di attuazione delle dimissioni e dell’esilio.

 

Dal colloquio del 22 febbraio 2003 a Crawford, Texas, tra Bush e Aznar, con in collegamento telefonico Blair e Berlusconi, colloquio desecretato per il governo spagnolo dall’ambasciatore Javier Rupérez (e pubblicato il 26 settembre 2007 su El Paìs) emerge da una parte l’evidente tentativo del Presidente Aznar di auspicare dal Presidente Bush ulteriore prudenza. Bush, a questo punto gli comunica di aver ricevuto da Berlusconi la risposta positiva di Gheddafi sull’accettazione dell’esilio da parte di Saddam. Ciononostante Bush si conferma restio ad un qualsiasi accordo col dittatore iracheno, giudicando “disperata” la condizione di Saddam e che “potrebbe essere ucciso nell’arco di due mesi”. Egli imputa a Saddam, etichettato come “ladro, terrorista, criminale di guerra, al cui confronto Milosevic sarebbe Madre Teresa”, di esigere “un miliardo di dollari” e “tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa”. A questo punto Blair, prega Bush di ritardare l’avvio delle operazioni militari di dieci giorni rispetto alla data prescelta del 10 marzo. Bush è inflessibile: vuole la guerra. Queste affermazioni, mai smentite, rendono nettamente chiare le posizioni in campo. Saddam non è irremovibile, Saddam se ne vuole andare.

 

In straordinaria, ed apparentemente casuale concomitanza, la campagna Radicale continua. Il 23 febbraio 2003 Pannella infatti, a 24 ore dall’incontro di Crawford, mette in guardia il governo italiano, l’UE e Blair dal far fiducia come mediatore a Gheddafi e su questo i riscontri sono conclusivi.

 

L’inaffidabilità del leader libico si conferma il 1 marzo2003, durante il vertice della Lega Araba riunitosi a Sharm el-Sheik, Egitto per discutere formalmente l’opzione dell’esilio per Saddam Hussein. Secondo numerosi testimoni, tra cui Emma Bonino, Gheddafi riesce in modo assolutamente singolare e talentuoso a  impedire che la Lega Araba discuta l’esilio proposto da Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Giordania. In questa riunione il Presidente degli Emirati Arabi Uniti Zayed al-Nahyan era pronto ad annunciare che, dopo quattro incontri personali dei suoi rappresentanti con Saddam Hussein a Baghdad, il dittatore iracheno, per comunicare ufficialmente la sua decisione di accettare pienamente l’esilio, poneva come unica condizione che la proposta e l’invito gli fossero giunti ufficialmente da quella riunione della Lega Araba e “non dagli Americani”.

 

A meeting concluso, il Ministro dell’Informazione degli EAU dichiara che l’iniziativa intrapresa dal suo paese per una cambio di regime pacifico in Iraq aveva ottenuto l’appoggio anche dell’Arabia Saudita e del Kuwait: “Alla fine dell’incontro abbiamo ricevuto il sostegno di altri paesi, che purtroppo però si rifiutano di trattare la questione pubblicamente. Tutti gli Stati arabi concordano sul fatto che Saddam debba lasciare, ma nessuno ha il coraggio di dichiararlo pubblicamente”.

 

Il 6 marzo 2003 fonti ufficiali arabe riferiscono che “i Ministri degli Esteri di Egitto, Libano, Tunisia e Siria annunciano una missione a Baghdad per chiedere a Saddam di lasciare il paese ed evitare cosi la guerra”. Contemporaneamente, intervenendo all’Assemblea generale dell’ONU, l’Ambasciatore pachistano Munir Akram afferma che Saddam condiziona il passaggio alle dimissioni ed all’esilio alla garanzia per la sua immunità da ogni successiva accusa per crimini di guerra. Proprio “immunità e non impunità”, era la quasi ossessiva ripetizione di Pannella nel corso della campagna.

 

E’ solo in questo momento che si permette a Marco Pannella di accedere e parlare della proposta di esilio a Saddam in una trasmissione di prima serata sulle reti nazionali italiane.

 

Siamo alla vigilia della guerra. Il 18 marzo 2003 Bush dà a Saddam un ultimatum: ha quarantotto ore per lasciare il paese con i suoi ed evitare la guerra. In questo modo costringe Saddam a trovarsi nella situazione descritta il 22 febbraio a Crawford. Per Saddam è impossibile organizzare una fuga in cui non vi è nessuna possibilità oggettiva di aver salva la vita.  

 

Il 19 marzo 2003 si consente di informare l’opinione pubblica americana e mondiale di un sondaggio del 25 gennaio 2003: la maggioranza degli Americani  (62%) afferma di essere d’accordo con il consentire che Saddam viva in esilio per il resto dei suoi giorni e possa evitare persecuzioni per qualsiasi azione intrapresa quale leader dell’Iraq, a patto che accetti di abbandonare il potere in maniera pacifica e che la guerra sia evitata.

 

Per l’intera notte di venerdì 21 marzo da Radio Radicale Pannella implorava, scongiurava, di inviare “anche nel week-end” con estrema urgenza l’ambasciatore italiano da Mubarak. La domenica seguente arrivava la notizia che l’ambasciatore britannico, latore di importante messaggio, aveva chiesto ed ottenuto un incontro con il Presidente Mubarak. Ma niente da fare era troppo tardi.

 

Il Governo italiano forte anche della maggioranza parlamentare aveva il dovere di investire l'intera comunità internazionale al fine di arrivare ad una proposta di esilio largamente condivisa. Sceglie invece di non coinvolgere neppure le istituzioni comunitarie e in particolare i due CAGRE (Il Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne) tenutisi il 24/02/2003 e il 18/03/2003, successivamente quindi al voto del Parlamento, in cui il rappresentante italiano non fa menzione della proposta.

 


[2]Articolo di Igor Man su La Stampa del 7 febbraio 2003. Disponibile online: http://www.radicalparty.org/it/content/notizia-del-memorandum-riservato-...

 

[3]Risoluzione n. 1-00161 della seduta n. 268 del 19/2/2003. Disponibile online su: http://legxiv.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed268/btind.htm...

 

[4]Resoconto stenografico della seduta n. 268 del 19/2/2003. Disponibile online su:http://documenti.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed268/s280r.htm

 

L'angolo dei bugiardi